VAL FERRET
Avventure belle, ricordi eterni.
Sabato è il compleanno di Nadia e come regalo (al contrario) ce lo dedica; Carlo ha un esame tra 3 giorni ma "Quello che dovevo studiare l'ho studiato" e prepara anche lui i bagagli. Io trattengo il respiro, temendo che un soffio di vento possa scompigliare il filo sottile di un destino tanto favorevole.
Il portabici ormai pericolosamente deteriorato, non regge il peso di 4 bici. Carlo e Nadia smontano ruote e girano manubri, risolvono un delicato gioco di incastri e per sera il gavone custodisce un tesoro fatto di due bici, 4 zaini, due corde da 70m, e svariati cordini, imbraghi, rinvii, moschettoni con ghiera senza ghiera, secchielli, caschi, scarponi e scarpette.
Altre due bici vengono sistemate dietro e si parte.
Nei giorni scorsi i ragazzi avevano selezionato una serie di vie multipitch per principianti da sottoporre al vaglio della nostra severa approvazione. Che ne dite della Cresta Sud-Ovest dell’Aiguille Croux? Una via in ambiente, grado accettabile, ma tesoro a quelle quote (3200m) in questa stagione perdo le mani dal freddo. La Via delle Guide al Torrione Porro? In Valmalenco è prevista pioggia, meglio non rischiare. E così via. Scarta, ridimensiona, riconsidera, la scelta cade sulla Via Ryoby alle Placche di Pre de Bar in Val Ferret. Si sviluppa su una bella placconata con 9 facili tiri tra 3a e 4c con un solo muretto obbligato di 5° grado, il tutto intorno a quota 2000 a temperature previste di qualche grado sopra lo zero. Per i ragazzi una passeggiata ad occhi chiusi, per me il limite massimo abbordabile.
Il campeggio Tronchey, ai piedi delle Grandes Jorasses con vista sul Monte Bianco, è una struttura molto semplice gestita con cordialità e genuinità nell’intenzione di conservarne lo spirito di autentica accoglienza per gli amanti della natura e della montagna. Essendo oltretutto il weekend di chiusura della stagione, la pace regna infinita tra due camper e una tenda. Nessuna sbarra all’ingresso, nessun’orario di check out, nessun rumore ad interrompere la quiete. Abbracciati da alberi e stelle, andiamo a letto presto, ma nonostante le condizioni idilliache, il mio sonno è intermittente. Mi si geleranno le mani? In bici metto i guanti ma per arrampicare come faccio? Mi faranno male i piedi? Devo ricordarmi di appendere le scarpe da trekking all’imbrago per mettermi comoda almeno nelle calate. E se non riesco a salire?
A colazione l’atmosfera è come quella magica dei rifugi: bisbigliamo per non svegliare i nostri vicini, ricontrolliamo l’attrezzatura negli zaini, ci alterniamo in bagno, avvolti dal buio pesto delle 5:30 del mattino. Piumino, termica, cappellino, scaldacollo, l’aria è frizzante ma si scalderà.
La strada della Val Ferret è chiusa al traffico e la prima navetta è alle 8 del mattino. Antichi maestri alpinisti insegnano che in montagna alle 8 è già ora di fare merenda, non di uscire di casa e noi siamo all’antica; anticipando la navetta di un paio d'ore, cominciamo a pedalare con le frontali in testa.
Abbiamo recentemente visto il docu-film sulla vita di Hermann Buhl, partito in bicilcetta da Innsbruck per raggiungere la Val Bregaglia (150km) e quindi scalare in solitaria la parete nord-est del Pizzo Badile, ridiscendere e tornare ad Innsbruck in bicicletta. Tutto in un weekend.
Ispirati da tanta grandezza, i nostri miseri 10km lungo la Val Ferret dovrebbero sembrarci ridicoli. Eppure, per misteriosi giochi dell’anima, questa (vaghissima) somiglianza ci gasa, ci fa sentire parte di qualcosa di più maestoso. Pedaliamo ridendo, correndo incontro al sole e alla nostra avventura.
Dove la strada diventa sentiero, leghiamo le bici vicino ad un sasso, proseguiamo a piedi; oltrepassiamo il torrente su una passerella e deviamo seguendo la traccia a zig zag che va inerpicandosi sul pendio sinistro della valle, fin sotto le rocce. Una barretta, un sorso d’acqua, un’ultima pipì prima di imbragarsi.
Con umiltà e concentrazione ciascuno fa il proprio nodo ad otto, fissa longe e moschettone; contiamo i rinvii e passiamo la corda in religioso silenzio, perchè gli antichi maestri insegnano anche che in montagna non si scherza, nemmeno di fronte ad un 3° grado, nemmeno di fronte ad una placca appoggiata. Fossimo Hermann Buhl, magari, ma visto che siamo solo noi ...Mi controlli l'imbrago? Ho fatto giusto l'otto? Sarà Carlo la mia guida: si cala nel ruolo e verifica con scrupolo la mia attrezzatura, i nodi, il passaggio della corda nel secchiello.
Un respiro profondo e partiamo. Carlo sale da primo, si muove con sicurezza lungo queste belle placche di granito, posiziona i rinvii, ogni tanto ne allunga uno pensando a me, passa la corda, arriva in sosta, fa la manovra con attenzione e recupera la corda. Io salgo piano, recupero i rinvii, una mano, l’altra, un piede, l’altro. Come arrivo in catena mi assicura, riprende i rinvii e riparte. Nadia mi raggiunge in sosta e mentre io faccio sicura a Carlo, lei recupera Daniele. Sono appesa con mia figlia a una sosta in parete: una corda ci collega a Carlo, che avanza sopra di noi, l’altra a Daniele, pochi metri più in basso.
Sospesi tra cielo e roccia, in questo fragile equilibrio di fiducia e gravità.
Se dovessi scegliere un’immagine, un solo istante-famiglia da fotografare, sceglierei questo. Avanziamo insieme, ciascuno con le proprie manovre, i propri movimenti, i propri passaggi, uniti da corde e da monosillabi.
“Arrivato” “blocca” “molla tutto” “recupera” “vai”.
I nostri comandi riecheggiano nella valle; l’orecchio delle nostre coscienziose guide teso a captarli anche quando i salti di roccia ci nascondono dalla vista.
Al sesto tiro affrontiamo il fatidico muretto di 5a obbligato, grado per me ormai estremo. Riesco a superare il passaggio solo grazie alle staffe, posizionate con premura da Carlo per munire i punti critici di veri e propri "gradini", e alla corda dall’alto sempre scrupolosamente tesa a proteggermi.
All’ultima sosta ci aspettiamo tutti e quattro per un abbraccio collettivo. Poi di nuovo massima attenzione ed organizzazione mentre affrontiamo le manovre di corda in preparazione della discesa in doppia. Il nodo all’estremità è una precauzione alla quale non rinunciamo nonostante le condizioni di visibilità siano ottime e le calate brevi.
Installiamo discensore e autobloccante (io sempre dietro vigile assistenza delle guide, essendo molto arrugginita in materia) e cominciamo uno alla volta a calarci. Nadia e Carlo da primo e da ultimo, in modo che io e Daniele non ci troviamo mai ad essere soli in sosta a gestire nodi e manovre.
Terminate le doppie, ripercorriamo a ritroso i 300 m di dislivello del sentiero, con il cuore felice e carichi di meraviglia.
Le bici ci aspettano al tornante della mulattiera, complici silenziose di una giornata che non vogliamo lasciar finire. Decidiamo quindi di risalire l’altro versante della valle verso il Rifugio Elena per un piatto di polenta concia e un bicchiere di vino. C’è da brindare a questa giornata che per noi sa di impresa!
La discesa è una lunga scarica di adrenalina: 10km in velocità lasciando che il vento in faccia riporti i piedi per terra.
Ma la festa non è finita: è arrivato il momento di coccolare la nostra fantastica ragazza, di anno in anno sempre più splendida e sorprendente (nel senso che a sorpresa ogni giorno dà alla sua vita una nuova piega ri-scombussolando da capo giovani equilibri). Estraggo la torta nascosta sotto al sedile passeggero; Carlo estrae un pacchetto: ha stampato per lei in 3D delle prese di arrampicata, primo passo verso un nuovo progetto, ma questa è un’altra storia.
Per ora, per oggi, di vita ne abbiamo assaporata in abbondanza, respirato amore ed emozioni.
Andiamo a dormire con l'animo leggero e i piumoni pesanti e ci risvegliamo sotto l'Aiguille Noire imbiancata di fresco dalla prima neve della stagione, caduta nella notte. Nemmeno in sogno avrei potuto immaginare tanto.
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